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Quando i sistemisti domineranno la Terra

Quando il telefono speciale di Felix squillò alle due di notte, Kelly, rigirandosi, gli tirò un pugno sulla spalla, per poi sibilargli: — Perché non spegni mai quel cazzo di coso prima di andare a letto?

— Devo essere reperibile. — Rispose lui.

— Non sei un cazzo di dottore — disse lei, tirandogli un calcio. Nel frattempo Felix si era seduto sul bordo del letto per infilarsi i calzoni che aveva lasciato sul pavimento appena prima di andare a dormire. — Sei un dannato sistemista.

— È il mio lavoro — disse lui.

— Ti fan lavorare come un somaro — disse lei. — Lo sai che ho ragione. Per amor del cielo, sei un padre di famiglia ora, non puoi metterti a correre nel mezzo della notte ogni volta che qualcuno non riesce a scaricarsi un porno. Non rispondere a quel telefono.

Felix sapeva che sua moglie aveva ragione. Rispose al telefono.

— I router principali non rispondono. Il BGP non risponde. — Alla voce meccanica del sistema di controllo gli insulti non facevano alcun effetto, quindi la insultò, e questo lo fece sentire un poco meglio.

— Forse riesco a sistemarlo da qui — disse. Poteva collegarsi all’UPS del rack e riavviare i router. L’UPS stava in un segmento di rete differente, con router indipendenti e sistemi di alimentazione di emergenza separati.

Kelly sedeva sul letto, una forma indistinta contro la testata. — In cinque anni di matrimonio non sei mai riuscito a sistemare niente da qui.

Quella volta aveva torto: sistemava le cose da remoto in continuazione, ma con discrezione e senza fare troppe scene, ed era per questo che lei non se ne ricordava. Ma allo stesso tempo aveva anche ragione. Dai log si vedeva chiaramente che dopo l’una di notte non poteva essere più sistemato senza prendere la macchina e andare al rack. Era la Legge della Malvagità Universale, conosciuta anche come la Legge di Felix.

Cinque minuti dopo Felix era al volante. Non era riuscito a sistemarlo da casa. Anche la rete dei router indipendenti era giù. L’ultima volta era successo perché un muratore rimbecillito aveva tranciato con l’escavatore il principale condotto dati del data-center. Per una settimana Felix si era unito allo squadrone di cinquanta furiosi amministratori di sistema che, in piedi davanti alla buca, insultavano i poveracci costretti a lavorare giorno e notte per ricollegare tra loro diecimila cavi tranciati.

Il telefono suonò altre due volte mentre era in macchina, e lui lasciò che la voce automatica sovrastasse l’autoradio e gli recitasse dagli altoparlanti il malfunzionamento di altre infrastrutture di rete. Poi chiamò Kelly.

— Ciao — disse.

— Non fare il ruffiano. Guarda che dalla voce si sente.

Sorrise involontariamente. — Ma no, ho controllato, nessuna ruffianeria.

— Ti amo, Felix — disse lei.

— E io sono completamente pazzo di te, Kelly. Torna a letto.

— Due punto zero è sveglio — disse. Il bambino era in beta test quando stava nel grembo di sua moglie; quando le acque le si ruppero e lui ricevette la chiamata, si precipitò fuori dall’ufficio gridando — Stiamo andando in Gold! — Cominciarono a chiamarlo 2.0 prima che smettesse di piangere il suo primo pianto.

— Questo piccolo bastardo è nato per succhiare capezzoli.

— Mi spiace di averti svegliata — disse lui. Era quasi arrivato al data-center. Non c’è traffico alle due di notte. Rallentò e accostò prima dell’ingresso del garage. Non voleva far cadere la linea andando sottoterra.

— Non è perché mi hai svegliato — disse lei. — Lavori lì da sette anni. Hai tre dipendenti sotto di te. Quel telefono devi darlo a loro. Tu hai già dato abbastanza.

— Non mi va di chiedere di fare qualcosa che non sono disposto a fare anch’io.

— Ma tu l’hai già fatto. Te lo chiedo per piacere. Odio svegliarmi e trovarmi sola. Di notte mi manchi tantissimo.

— Kelly…

— Non sono più arrabbiata. Mi manchi e basta. Quando sei con me faccio bei sogni.

— OK — disse lui.

— Tutto qui?

— Esatto. Tutto qui. Non voglio che tu abbia gli incubi e ho già dato abbastanza. D’ora in avanti mi prenderò le reperibilità notturne solo per coprire i periodi di ferie.

Lei rise. — I sistemisti non vanno in ferie.

— Il tuo ci andrà — le disse lui. — Promesso.

— Sei meraviglioso. Oddio, che schifo. 2.0 ha appena fatto un core dump sulla mia vestaglia.

— E bravo il mio ragazzo.

— Tutto suo padre — disse lei. Riattaccò e Felix condusse la macchina fino al parcheggio del data-center, fece passare il tesserino e sollevò una stanca palpebra per permettere allo scanner della retina di dargli una bella guardata nell’occhio assonnato.

Si fermò al distributore per prendersi una barretta energetica al guaranà-medafonil e del velenoso caffè da macchinetta. Sbranò la barretta e sorseggiò il caffè dalla tazza anti-rovesciamento, dopo di che la porta interna lesse la forma della sua mano e lo misurò in un istante. Si aprì con un sospiro e una ventata di aria a pressione positiva lo investì quando infine riuscì a entrare nel sancta sanctorum.

Era un casino. Le sale server sono progettate per permettere a due o tre sistemisti di lavorarci contemporaneamente. Ogni altro centimetro cubo è destinato alle ronzanti fila di server, router e dischi. Ma in quell’istante non erano meno di venti le persone che si accalcavano attorno agli armadi. Formavano la prevedibile adunata di magliette nere dalle scritte incomprensibili e di pance cascanti sopra cinture dalle quali pendevano telefonini e coltellini tascabili.

Di solito in sala server ci si congela, ma tutti quei corpi stavano surriscaldando il piccolo spazio chiuso. In cinque o sei alzarono lo sguardo e sorrisero quando Felix li oltrepassò. Due lo salutarono per nome. Lui infilò la pancia tra la calca e i rack, fino ad arrivare all’armadio della Ardent all’altro lato della stanza.

— Felix. — Era Van, che quella notte non era reperibile.

— Che ci fai qui? — disse Felix. — Non serve a nessuno che domani siamo entrambi in coma.

— Come? Ah, no, il mio server personale è laggiù. È caduto attorno all’una e mezza e sono stato svegliato dal sistema di controllo. Avrei dovuto chiamarti per dirti che stavo venendo io, ti avrei risparmiato il viaggio.

Il server personale di Felix invece, condiviso con altri cinque amici, stava in un armadio al piano di sotto. Si chiese se anche quello fosse offline.

— Che succede?— Un attacco massiccio di flash­worm. Qualche stronzo ha fatto dei test Monte Carlo su tutti i blocchi di IP, inclusi gli IP versione 6 e si è preso tutte le macchine Windows della rete. Tutti i grossi Cisco hanno le interfacce di amministrazione su IPv6 e si inchiodano se ricevono più di 10 test simultanei, il che vuol dire che sono caduti tutti i nodi di interscambio. Anche il DNS è fottuto, come se la scorsa notte qualcuno avesse fatto zone poisoning. Ah, c’è anche un componente email e messenger che invia messaggi realistici ai contatti che si hanno in rubrica e che riesce a sostenere in modo convincente semplici dialoghi in stile Eliza, per indurre le persone ad aprire un allegato con un virus.— Cazzo.— Già. — Van era un sistemista di tipo due, alto più di due metri, capelli raccolti in una lunga coda di cavallo, pomo d’Adamo ballonzolante. Dal suo ampio petto la maglietta diceva SCEGLI LA TUA ARMA e mostrava una serie di dadi poliedrici da gioco di ruolo.

Felix era un sistemista di tipo uno, con una trentina di chili di troppo, tutti distribuiti al centro, e una barba piena e ordinata che cresceva sui alcuni dei suoi menti extra. La sua maglietta diceva HELLO CTHULHU e mostrava uno Cthulhu carino e senza bocca, stile Hello Kitty. Van e Felix si conoscevano da quindici anni, essendosi incontrati prima in Usenet, poi di persona a Toronto per un raduno di Freenet a base di birra; in seguito si erano visti anche a una o due convention di Star Trek, fino a che Van fu assunto da Felix per lavorare con lui alla Ardent. Era affidabile e metodico. Avendo studiato da ingegnere elettrico, teneva una serie di blocchi di carta nei quali annotava tutti i dettagli delle operazioni che svolgeva, completi di data e ora.

— Questa volta non è un PEBKAC — disse Van. Problem Exists Between Keyboard and Chair: il problema è tutto tra la tastiera e la sedia. I trojan mandati per posta rientrano in questa categoria. Se le persone fossero abbastanza intelligenti da non aprire allegati sospetti, i trojan sarebbero una cosa del passato. Ma dei worm che si mangiano router Cisco non sono un problema legato agli utonti, sono un problema legato a ingegneri incompetenti.

— No, è colpa di Microsoft — disse Felix. — Ogni volta che devo lavorare alle due di notte o è per un PEBKAC o è per colpa di Winzozz.

Alla fine scollegarono semplicemente quei dannati router dalla rete. Non fu Felix a farlo, ovviamente, anche se aveva una voglia matta di disabilitare le loro interfacce su IPv6 per poi riavviarli. Fu una coppia di massicci Stronzissimi Sistemisti Infernali che per avere accesso al rack dovettero girare due chiavi contemporaneamente, come le guardie dei depositi missilistici. D’altra parte, il 95% del traffico canadese a lunga distanza passava da quell’edificio. La sicurezza doveva essere maggiore di quella di molti siti missilistici.

Felix e Van rimisero in funzione uno alla volta i computer della Ardent. Erano martellati dalle sonde dei worm: l’aver ripristinato i router aveva esposto agli attacchi i rack situati a valle. Ogni computer in Internet o stava affogando, sommerso dai worm, o li stava diffondendo, oppure faceva entrambe le cose. Fu soltando dopo un centinaio circa di timeout che Felix riuscì a raggiungere NIST e Bugtraq e a scaricare un aggiornamento del kernel che avrebbe dovuto ridurre il carico che i worm generavano sulle macchine in sua gestione. Erano le dieci di mattina, ed era tanto affamato da volersi mangiare le suole delle scarpe, ma ricompilò i suoi kernel e riportò le macchine online. Le lunghe dita di Van volavano sulla tastiera di amministrazione e la lingua gli spuntava dalle labbra mentre lanciava su ciascun computer i programmi di diagnostica.

— Avevo duecento giorni di uptime su Greedo — disse Van. Greedo era il server più vecchio dell’armadio, risaliva al tempo in cui battezzavano i computer secondo i personaggi di Star Wars. Poi erano passati ai Puffi e, visto che anche i Puffi erano finiti, avevano iniziato con i personaggi di McDonaldland: il primo era stato il portatile di Van, il Maggiore McCheese.

— Greedo risorgerà — disse Felix. — Ho un 486 giù da basso che ha oltre cinque anni di uptime. Mi spezza il cuore doverlo riavviare.

— Per che straminchia lo usi un 486?

— Per niente. Ma come si fa a spegnere una macchina con cinque anni di uptime? È come staccare la spina a tua nonna.

— Voglio andare a mangiare — disse Van.

— Senti un po’. Che ne dici se rimettiamo in piedi il tuo computer, sistemiamo il mio e poi ti porto al Lakeview Lunch? Dopo che ci siamo fatti una pizza puoi prenderti il resto della giornata.

— Ci sto — disse Van. — Sei troppo buono con noi merdine, capo. Dovresti buttarci in un pozzo e picchiarci come fanno gli altri boss. Ce lo meritiamo.

— Ti suona il telefono — disse Van. Felix si sollevò dalle interiora del 486: dopo averlo spento non c’era stato verso di riaccenderlo. Aveva anche scroccato un alimentatore di riserva da certi tizi, spammatori, che stavano cercando di rimettere in piedi la loro baracca. Lasciò che Van gli raccogliesse il cellulare e glielo porgesse. Gli era caduto dalla cintura mentre si contorceva per raggiungere il retro della macchina.

— Ehi, Kel — rispose. Si sentiva un rumore strano e al tempo stesso indecifrabile. Statica? 2.0 che faceva il bagnetto? — Kelly?

La linea cadde. Cercò di richiamare, ma senza alcun risultato, né squilli né segreteria. Il telefono andò prima in timeout, poi apparve ERRORE DI RETE sul display.

— Dannazione — disse, ma senza astio. Riagganciò il telefono alla cintura. Kelly probabilmente voleva sapere quando sarebbe tornato a casa, oppure voleva che passasse a comprare qualcosa. Avrebbe lasciato un messaggio in segreteria.

Stava testando l’alimentatore quando il cellulare squillò di nuovo. Lo afferrò e rispose. — Kelly, ehi, che succede? — Si sforzò per far sparire dalla voce ogni traccia di irritazione. Si sentiva in colpa: tecnicamente parlando, aveva terminato i suoi obblighi con la Ardent Financial LLC l’istante in cui i loro server erano tornati raggiungibili. Le ultime tre ore le aveva spese esclusivamente per scopi personali, anche se era intenzionato ad addebitarle all’azienda.

C’erano singhiozzi al telefono.

— Kelly? — Sentì il sangue defluirgli dal viso, le dita dei piedi intorpidirsi.

— Felix — disse lei, appena comprensibile tra i singhiozzi. — È morto, oh Cristo, è morto.

— Chi? Chi, Kelly?

— Will — disse lei.Will? pensò. E chi cazz… Cadde in ginocchio. William era il nome che avevano scritto sul certificato di nascita, anche se l’avevano sempre chiamato 2.0. Felix emise un suono angosciato, un latrato sofferente.— Sto male — continuò lei. — Non riesco neppure a reggermi in piedi. Oh, Felix, ti amo tanto.— Kelly, che succede?

— Ci sono solo due canali in televisione. Madonna, Felix, fuori dalla finestra sembra l’alba dei morti viventi … — La sentì vomitare. Il segnale cominciò a vacillare, e il telefono ripropose i suoi conati come se fosse un delay digitale.

— Kelly, non ti muovere! — gridò lui mentre cadeva la linea. Digitò il 911, ma apparve ancora ERRORE DI RETE non appena ebbe premuto CHIAMA.

Strappò il Maggiore McCheese da Van, lo collegò al cavo di rete del 486 e lanciò Firefox dalla linea di comando, trovò con Google il sito della Metro Police. Rapidamente, ma senza farsi prendere dal panico, cercò il modulo per le segnalazioni online. Felix non perdeva la testa, mai. Lui i problemi li risolveva, e perdere la testa non serviva a risolvere niente.

Trovò il modulo e descrisse i dettagli della sua conversazione con Kelly come se stesse compilando un bug report: le dita erano veloci, la descrizione esauriente; poi premette INVIO.

Van aveva letto tutto da sopra la sua spalla. — Felix …— cominciò.

— Dio — disse Felix. Era seduto sul pavimento del rack; si rimise in piedi. Van riprese il portatile e tentò di visitare qualche sito di informazione, ma nessuno era raggiungibile. Era impossibile capire se fosse perché stava succedendo qualcosa di terribile o perché la rete zoppicava ancora per l’attacco del super worm.

— Devo andare a casa — disse Felix.

— Ti accompagno — disse Van. — Così mentre guido puoi provare ancora a chiamare tua moglie.

Si fecero strada fino agli ascensori. Lì si trovava una delle poche finestre dell’edificio, uno spesso oblò schermato. Ci guardarono attraverso mentre aspettavano l’ascensore. Per essere mercoledì non c’era molto traffico. Forse più macchine della polizia del solito?

— O mio Dio — indicò Van.

La torre CN, un’acuminata e gigantesca cattedrale nel deserto, incombeva a est. Era storta come un ramo piantato nella sabbia umida. Si muoveva? Sì. Si inclinava, accelerando lentamente, cadendo in direzione nordest, verso il quartiere finanziario. Dopo qualche istante oltrepassò il punto di non ritorno. Fu allora che crollò. Prima si avvertì la vibrazione, poi si udì il boato; l’intero edificio tremò per l’impatto. Una nuvola di polvere si sollevò dalle rovine, e ci furono diversi schianti mentre l’edificio più grande del mondo travolgeva un palazzo dopo l’altro.

— Sta crollando il Broadcast Centre — annunciò Van. Era vero: la torre della CBC stava collassando al rallentatore. La gente correva da tutte le parti e veniva schiacciata dai pezzi degli edifici che precipitavano. Attraverso l’oblò, era come guardare una demo di computer grafica scaricata da qualche sito di scambio file.

I sistemisti si ammassarono attorno a loro, sgomitando per assistere alla distruzione.

— Che è successo? — chiese uno di loro.

— È caduta la torre CN — disse Felix. Il suono della sua voce suonava lontano alle sue stesse orecchie.

— È stato il virus?

— Cosa? Il worm? — Felix guardò il tizio, un giovane amministratore con solo piccole maniglie da tipo due attorno alla vita.

— Non il worm — disse il tizio. — Mi è arrivata una mail che dice che la città è stata messa in quarantena per colpa di qualche virus. Armi biologiche, dicono. — Porse a Felix il proprio Blackberry.

Felix era talmente assorto nell’annuncio, inviato dal ministero della salute canadese, se si voleva credere a quello che c’era scritto, che non si accorse che tutte le luci si erano spente. Quando se ne rese conto ricacciò il Blackberry nella mano del proprietario ed emise un piccolo sospiro.

I generatori entrarono in funzione un minuto dopo. I sistemisti si precipitarono in massa giù dalle scale. Felix prese Van per un braccio e lo trattenne.

— Forse dovremmo aspettare qui in sala, almeno fino a quando questo casino non passa.

— E Kelly? — chiese Van.

A Felix sembrava di dover vomitare da un momento all’altro. — Dobbiamo tornare in sala server. — La sala aveva filtri dell’aria per eliminare il microparticolato.

Corsero su per le scale fino alla grande sala. Felix aprì la porta, lasciò che si chiudesse alle sue spalle.

— Felix, devi andare a casa…

— È un’arma biologica — disse Felix. — Un super batterio. Saremo al sicuro qui, credo, almeno finché i filtri lo terranno fuori.

— Come?

— Vai su IRC — disse.

Ci andarono. Van aveva il suo Maggiore McCheese, Felix utilizzò Puffetta. Saltarono da un canale all’altro della chat finché non ne trovarono uno con nick familiari.

> il pentagono è andato/la casa bianca pure

> I MIEI VICINI VOMITANO SANGUE DAL LORO BALCONE A SAN DIEGO

> Qualcuno ha fatto crollare il cetriolo1. I banchieri stanno scappando dal centro come topi.

> Ho sentito che il Ginza sta andando a fuoco.

Felix digitò: Sono a Toronto. Abbiamo appena visto la CN Tower crollare. Ho letto notizie di armi biologiche, qualcosa di molto rapido.

Van lo lesse e disse: — Non puoi sapere quanto sia veloce, Felix. L’esposizione potrebbe essere cominciata anche tre giorni fa.

Felix chiuse gli occhi. — Se così fosse, io e te dovremmo cominciare ad accusare sintomi, credo.

> Sembra che un’onda elettromagnetica abbia messo fuori gioco Hong Kong e forse anche Parigi… a giudicare dai filmati satellitari sembrano completamente buie, tutti i loro segmenti di rete non routano più

> Sei a Toronto?

Era un nick sconosciuto.

> Sì. Front Street.

> Mia sorella si trova all’UofT e nn riesco a sentirla, puoi kiamarla?

> I telefoni non funzionano

scrisse Felix, fissando sul cellulare la scritta ERRORE DI RETE.

— Ho un soft phone sul Maggiore McCheese — disse Van, lanciando l’applicazione di voice over ip. — Mi è venuto in mente adesso.

Felix gli prese il portatile e compose il numero di casa.

Fece uno squillo, poi ci fu un suono piatto e belante, simile a una di quelle ambulanze che si vedono nei film italiani.

Alzò lo sguardo su Van e vide le sue magre spalle tremare. Van disse: — Santissima e stronzissima merda. È la fine del mondo.Felix si staccò da IRC un’ora più tardi. Atlanta era bruciata. Manhattan era radioattiva, abbastanza da fottere tutte le webcam che inquadravano Lincoln Plaza. Diedero tutti la colpa all’Islam finché non fu chiaro che anche La Mecca era un braciere e che i reali sauditi erano stati impiccati davanti ai loro palazzi.A Felix tremavano le mani, Van stava piangendo in silenzio in un angolo lontano della sala. Cercò nuovamente di chiamare casa, poi provò a mettersi in contatto con la polizia. Non ebbe miglior fortuna rispetto ai venti tentativi precedenti.Si collegò in ssh al suo computer del piano di sotto e aprì la casella di posta. Spam, spam, spam. Altro spam. Messaggi automatici. Ecco, un messaggio urgente dal sistema di rilevamento intrusioni dell’armadio della Ardent. Qualcuno stava tentando di entrare nei suoi router ripetutamente e in modo grossolano. L’aggressione non corrispondeva a nessuna firma conosciuta di worm. Seguendo il traceroute scoprì che l’attacco partiva da quello stesso edificio, un piano sotto il suo.

C’erano procedure per situazioni del genere. Fece una scansione delle porte del suo aggressore e trovò la porta 1337 aperta. 1337 stava per “leet”, ovvero “elite” nel codice numeri/lettere degli hacker. Il genere di porte che i worm lasciavano aperte per strisciare dentro e fuori dai computer. Cercò su Google exploit conosciuti che si mettessero in ascolto sulla porta 1337, restrinse il campo utilizzando i dettagli del sistema operativo del server compromesso e infine trovò il colpevole.

Era un worm vetusto, uno per il quale tutte le macchine sarebbero dovute essere protette ormai da anni. Non aveva importanza. Ne aveva il client e lo usò per crearsi un account di root nel sistema, ci si loggò e si diede una guardata in giro.

C’era solo un utente attivo, scaredy, e controllando il monitor dei processi vide che aveva lanciato le centinaia di processi che stavano sondando le sue macchine come molte altre.

Aprì una chat.

> Smetti di sondare i miei server.

Si aspettò escandescenze, colpa, negazione. Fu sorpreso.

> Sei nel data center di Front Street?

> Sì.

> Cristo, credevo di essere l’unico sopravvissuto. Sono al quarto piano. Credo che là fuori ci sia un attacco biologico. Non voglio lasciare la sala asettica.

Felix emise un lungo sospiro.

> Mi stavi sondando per farti rintracciare?

> Già

> Brillante

Sveglio, il bastardo.

> Sono al sesto piano. C’è un’altra persona con me.

> Cosa sapete?

Felix copiò il log della chat IRC e aspettò che il tizio lo digerisse. Van stava in piedi e camminava avanti e indietro. I suoi occhi erano velati.

— Van?

— Mi scappa la pipì.

— Non possiamo aprire la porta. Ho visto una bottiglia di Mountain Dew vuota in quel bidone lì.

— Giusto — disse Van. Camminò come uno zombie fino al bidone e tirò fuori la magnum vuota. Si voltò verso il muro.

> Mi chiamo Felix

> Will

Felix pensò a 2.0 e il suo stomaco fece un salto mortale.

— Felix, credo di dover uscire — disse Van. Si sava muovendo verso la porta stagna. Felix lasciò cadere la tastiera, si mise in piedi e corse a testa bassa verso Van, buttandolo a terra prima che raggiungesse l’uscita.

— Van — disse, guardando gli occhi velati e assenti del suo amico. — Guardami, Van.

— Devo uscire — disse Van. — Devo andare a casa a dar da mangiare ai gatti.

— C’è qualcosa là fuori, qualcosa di rapido e letale. Forse il vento lo disperderà. Forse non c’è già più. Ma noi ce ne staremo qui finché non saremo certi di non avere altra scelta. Siediti, Van. Siediti.

— Ho freddo, Felix.

Si gelava. Felix aveva la pelle d’oca sulle braccia, mentre i piedi gli sembravano blocchi di ghiaccio.

— Appoggiati ai server, vicino alle ventole. Prenditi il caldo che buttano fuori. — Trovò un armadio e ci si rannicchiò contro.

> Sei lì?

> Sempre qui — pensavo alla logistica

> Quanto ci vorrà prima di poter uscire?

> Non ne ho idea

Per un po’ di tempo nessuno scrisse niente.

Felix dovette servirsi per due volte della bottiglia di Mountain Dew. Poi fu di nuovo il turno di Van. Felix cercò ancora di chiamare Kelly. Il sito della Metro Police era caduto.

Appoggiò la schiena ai server, scivolò fino a sedersi per terra, cinse le ginocchia tra le braccia e pianse come un bambino.

Dopo un minuto, Van gli si avvicinò e gli si sedette di fianco, mettendogli un braccio attorno alla spalla.

— Sono morti, Van. Kelly e mio f… figlio. La mia famiglia non c’è più.

— Non puoi esserne sicuro — disse Van.

— Sono sicuro quanto basta. Cristo santo, è la fine di tutto, vero?

— Terremo duro ancora per qualche ora e poi usciremo. La situazione dovrebbe tornare presto alla normalità. I pompieri sistemeranno le cose. Mobiliteranno l’esercito. Andrà tutto bene.

A Felix facevano male le costole. Non piangeva da quando era nato 2.0. Strinse con più forza le ginocchia a sé.

Poi la porta si aprì.

I due sistemisti che entrarono sembravano spiritati. Uno aveva una maglietta con scritto “TALK NERDY TO ME”, l’altro indossava una camicia della Electronic Frontiers Canada.

— Muovetevi — disse TALK NERDY. — Ci stiamo radunando all’ultimo piano. Usate le scale.

Felix si accorse solo in un secondo momento che stava trattenendo il fiato.

— Se nell’edificio c’è un agente tossico saremmo infettati ugualmente, prima o poi — disse TALK NERDY. — Venite, ci vediamo là.

— C’è una persona al sesto piano — disse Felix alzandosi in piedi.

— Sì, Will. Lo abbiamo avvisato. È già salito.

TALK NERDY era uno degli Stronzissimi Sistemisti Infernali che avevano riavviato i grossi router infetti. Felix e Van salirono lentamente le scale mentre i loro passi echeggiavano sulla rampa deserta. Dopo l’aria gelida della sala server, le scale sembravano una sauna.

All’ultimo piano c’era un bar con gabinetti funzionanti, acqua, caffè e macchinette distributrici. Davanti a ognuna di quelle cose c’era una coda di sistemisti chiaramente a disagio. Nessuno guardava in faccia nessuno. Felix si chiese chi di loro fosse Will, poi si mise anche lui in coda per le macchinette.

Prima di finire gli spiccioli riuscì a prendere un paio di barrette energetiche e una tazza gigante di caffè. Van si era conquistato un po’ di spazio su un tavolo e Felix vi appoggiò la roba prima di mettersi in coda per il bagno. — Tieni, lasciamene un po’ — disse, lanciando a Van una delle barrette.Dopo che tutti i presenti ebbero evacuato, si furono sistemati ed ebbero cominciato a mangiare, TALK NERDY e il suo amico tornarono. Tolsero il registratore di cassa all’estremità del bancone e TALK NERDY vi si mise in piedi. Le conversazioni cessarono.— Mi chiamo Uri Popovich e lui è Diego Rosenbaum. Grazie a tutti per essere saliti fin qui. Queste sono le cose che sappiamo con certezza: da tre ore l’edificio sta utilizzando i suoi generatori di energia elettrica. Da un’osservazione visuale sembra che il nostro sia l’unico edificio del centro di Toronto che disponga ancora di elettricità, elettricità che dovrebbe durare per altri tre giorni. C’è un agente biologico di origine sconosciuta attivo all’esterno dell’edificio. Uccide in fretta, entro poche ore, e si diffonde nell’aria. Si viene infettati respirando aria contaminata. Le porte di questo edificio non sono state aperte dalle cinque di questa mattina. Nessuno le dovrà aprire finché io non vi darò il via libera.“Attacchi diretti alle maggiori città del mondo hanno gettato nel caos i servizi di pronto intervento. Gli attacchi sono di natura elettronica, biologica, nucleare, o avvengono per mezzo di esplosivi convenzionali, e sono molto diffusi. Lavoro come esperto della sicurezza e nel settore attacchi a grappolo come questi sono chiamati opportunistici: il gruppo B riesce a far saltare un ponte perché tutti stanno prendendo provvedimenti contro la bomba sporca piazzata dal gruppo A. È ingegnoso. Una cellula di Aum Shin Rikyo ha gassato le metropolitane locali alle due di stamattina. È il primo evento che siamo riusciti a individuare, quello che potrebbe essere stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Siamo abbastanza sicuri che non ci possa essere Aum Shin Rikyo dietro a tutto questo pandemonio: non hanno alcuna esperienza in attacchi informatici e non hanno mai dimostrato l’acume organizzativo necessario per colpire così tanti obiettivi contemporaneamente. In sostanza, non sono abbastanza intelligenti.”

— Per il prossimo futuro staremo tappati qui dentro, almeno finché l’arma biologica non sarà stata identificata e dispersa. Faremo manutenzione sui rack e terremo in piedi la rete. Questa è un’infrastruttura critica e il nostro compito è fare in modo che mantenga tutti e cinque i 9 di uptime2. In tempi di emergenza nazionale, la nostra responsabilità perché ciò avvenga è raddoppiata.

Un sistemista alzò la mano. Era uno dei più giovani del gruppo e indossava con una certa baldanza una maglietta verde dell’Incredibile Hulk.

— Chi ti ha incoronato mai, o nostro re?

— Ho il controllo del sistema di sicurezza principale, le chiavi di tutte le sale e i codici delle porte esterne, che ora sono tutte chiuse, tra l’altro. Sono la persona che vi ha radunati tutti qui e che ha indetto la riunione. Non mi importa se qualcun altro vuole fare il mio lavoro, è un lavoro di merda. Ma qualcuno deve farlo.

— Hai ragione — disse il ragazzo. — E io posso farlo bene esattamente quanto te. Mi chiamo Will Sario.

Popovich guardò il ragazzo dall’alto in basso. — Bene, se mi lascerai finire di parlare, forse quando avrò finito ti passerò le consegne.

— Per carità, fai pure. — Sario gli diede le spalle e andò alla finestra. Guardava con intensità l’esterno. Lo sguardo di Felix ne fu attirato, vide diversi pennacchi di fumo nero che si alzavano dalla città.

L’impeto di Popovich si era esaurito. — Allora, cosa facciamo? — chiese.

Dopo una prolungata pausa di silenzio il ragazzo si guardò attorno. — Toh, è arrivato il mio turno?

Ci fu un diffuso e benevolente ridacchiare.

— Ecco cosa penso — disse Will. — Il mondo sta andando a puttane. Ci sono attacchi coordinati diretti a tutte le infrastrutture critiche. C’è solo un modo per sincronizzare questi attacchi con tanta perfezione: tramite Internet. Anche se sposiamo la tesi dei colpi opportunistici, dobbiamo chiederci come possa venire organizzato un attacco opportunistico nel giro di pochi minuti. Solo via Internet.

— Quindi credi che dovremmo buttare giù Internet? — Popovich accennò una risata, ma smise subito quando Sario non rispose.

— L’attacco della scorsa notte ha messo quasi del tutto fuori gioco Internet. Un piccolo DoS verso i router critici, un po’ di casino con i DNS e la rete è andata a gambe all’aria, neanche fosse la figlia di un prete. La polizia e i militari sono un branco di utonti tecnofobici, non utilizzano la rete quasi per niente. Se la buttiamo giù, recheremo agli aggressori un danno proporzionalmente maggiore. Quando verrà il momento potremo ricostruirla.

— Stai sparando un mucchio di stronzate — disse Popovich, che era rimasto letteralmente a bocca aperta.

— È semplicemente logico — disse Sario. — A molte persone non piace confrontarsi con la logica, quando impone decisioni difficili. Ma questo è un problema delle persone, non della logica.

Da un rumoreggiare sommesso, le conversazioni si tramutarono presto in fragore.

— State ZITTI! — sbraitò Popovich. Il chiasso si abbassò di un Watt. Popovich urlò ancora, pestando il piede sul bancone. Finalmente si ristabilì una parvenza d’ordine. — Uno per volta — disse infine. Era rosso in viso e teneva le mani piantate in tasca.

Un sistemista voleva rimanere. Un altro voleva andarsene. Avrebbero dovuto nascondersi tra i server. Avrebbero dovuto fare un inventario delle provviste e nominare un furiere. Avrebbero dovuto uscire e cercare la polizia o dare una mano negli ospedali. Avrebbero dovuto nominare guardie per sorvegliare gli ingressi.

Felix si sorprese con la mano alzata. Popovich gli diede la parola.

— Mi chiamo Felix Tremont — disse, mettendosi in piedi sopra a un tavolo ed estraendo il suo palmare. — Voglio leggervi una cosa.

— ‘Governi del Mondo Industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, chi vi parla proviene dal cyberspazio, la nuova casa della Mente. In nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Dove noi ci riuniamo, voi non avete autorità.

“‘Non abbiamo un governo eletto, né abbiamo intenzione di averne uno, per questo mi rivolgo a voi senza autorità più grande di quella con la quale sempre parla la libertà stessa. Dichiaro lo spazio sociale che stiamo costruendo indipendente, per sua natura, dalle tirannie che cercate di imporci. Non avete alcun diritto morale di governarci né possedete alcun metodo di coercizione che noi dobbiamo ragionevolmente temere.“‘I governi ottengono i loro legittimi poteri dal consenso dei governati. Voi non avete mai richiesto né ottenuto il nostro consenso. Noi non vi abbiamo invitati. Voi non ci conoscete, né conoscete il nostro mondo. Il Cyberspazio non sta all’interno delle vostre frontiere. Non crediate di poterlo costruire come non fosse altro che il progetto di un cantiere di un’opera pubblica. Non potete. È un fenomeno naturale e cresce spontaneamente attraverso le nostre azioni collettive.’“È tratto dalla Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio, è stato scritto dodici anni fa. Prima d’ora credevo che fosse una delle cose più belle che avessi mai letto. Prima d’ora desideravo che mio figlio crescesse in un mondo in cui il cyberspazio fosse libero, e che la sua libertà contagiasse il mondo fisico, cosicché anche anche questo diventasse più libero.”Deglutì con difficoltà e si strofinò gli occhi con il dorso della mano. Van gli diede una goffa pacca sulla scarpa.

— Oggi il mio meraviglioso figlio e la mia stupenda moglie sono morti. Assieme a loro, altri milioni di persone. La nostra città sta andando letteralmente a fuoco. Altre città sono scomparse completamente dalle mappe.

Ricacciò indietro un singhiozzo e deglutì di nuovo.

— In tutto il mondo, persone come noi sono radunate in edifici come questo. Quando è avvenuto il disastro, anche loro stavano cercando di riparare i danni del worm della scorsa notte. Abbiamo fonti indipendenti di energia. Cibo. Acqua.

— Abbiamo la rete, che i cattivi sanno usare così bene, e che i buoni non hanno mai capito.

— Condividiamo l’amore per la libertà, perché ci prendiamo a cuore le cose; perché ci prendiamo cura della rete. Siamo responsabili dello strumento organizzativo e governativo più importante che si sia mai visto nel mondo. Siamo la cosa più simile a un governo che il mondo in questo momento può avere. Ginevra è un cratere. L’East River è in fiamme e il palazzo delle Nazioni Unite è stato evacuato.

“La Repubblica Distribuita del Cyberspazio è sopravvissuta a questa tempesta praticamente illesa. Siamo i custodi di un macchinario mostruoso e immortale, un macchinario che ha la potenzialità di costruire un mondo migliore.

“Non mi resta altro per cui vivere.”

Gli occhi di Van erano pieni di lacrime. Non era il solo. Nessuno applaudì, ma fecero di meglio. Mantennero per diversi secondi un rispettoso e assoluto silenzio, che si prolungò fino a un minuto.

— Come possiamo riuscirci? — chiese Popovich, senza traccia di sarcasmo.

I newsgroup si stavano riempiendo velocemente. Erano stati annunciati in news.admin.net-abuse-email, dove bazzicavano tutti quelli impegnati alla lotta contro lo spam e dove da tempo si era sviluppato un forte cameratismo in risposta ad attacchi su larga scala.

I nuovi gruppi erano alt.november5-disaster.recovery e le diverse ramificazioni:. recovery.governace,. recovery.finance,. recovery.logistics e. recovery.defence. Sempre sia lodata l’anarchica gerarchia alt. e tutti quelli che la frequentano.

I sistemisti uscirono allo scoperto. Il Googleplex1 era online, e la valente Queen Kong teneva a bada il suo branco di galoppini su rollerblade, che pattinavano per il gigantesco data-center estraendo server defunti e premendo tasti di reset.

L’Internet Archive installato al Presidio2 era offline, ma il mirror ad Amsterdam funzionava ancora; dopo che fu modificato il DNS praticamente non si notava nessuna differenza. Amazon era giù. Paypal era su. Blogger, Typepad e Livejournal erano tutti su e si stavano riempiendo di milioni di post di sopravvissuti spaventati che si stringevano l’un l’altro in cerca di calore elettronico.

Le gallerie fotografiche di Flickr erano terrificanti. Felix cancellò la sua iscrizione dopo che ebbe visto la foto di una donna e di un bambino morti in cucina, contorti dall’agente biologico come un agonizzante geroglifico. Non somigliavano a Kelly e a 2.0, ma non era necessario. Felix non riusciva comunque a smettere di tremare.

Wikipedia era su, ma faticava sotto carico. Le mail di spam arrivavano come se non fosse successo niente. I worm vagavano per la rete.

Il posto dove c’era il fermento maggiore era. recovery.logistics.

> Possiamo utilizzare il meccanismo di votazione dei newgroup per tenere le elezioni

Felix era certo che avrebbe funzionato. Il meccanismo di votazione usato su Usenet veniva utilizzato da più di venti anni e non aveva mai dimostrato difetti sostanziali.

> Eleggeremo rappresentanti regionali e loro sceglieranno un primo ministro

Gli americani insistevano per avere un presidente, ma Felix non era d’accordo. Il titolo sembrava troppo fazioso. Il suo futuro non sarebbe stato un futuro americano. Se ne era andato assieme alla Casa Bianca. Voleva che le prospettive fossero più ampie.

C’erano sistemisti francesi della France Telecom. Il datacenter della EBU era stato risparmiato dagli attacchi che avevano colpito Ginevra ed era pieno di sardonici tedeschi il cui inglese era migliore di quello di Felix. Andavano d’accordo con quello che rimaneva del team della BBC a Canary Wharf.

In. recovery.logistics parlavano un inglese poliglotta e Felix cavalcava l’onda. Alcuni degli amministratori stavano placando le stupide e inevitabili flame grazie alla pratica di lunghi anni. Alcuni intervenivano con utili consigli; quelli che credevano che Felix si fosse bevuto il cervello erano sorprendentemente pochi.

> Credo che dovremmo tenere elezioni il prima possibile. Domani al più

tardi.

> Non possiamo governare senza il consenso dei governati.

Entro pochi secondi gli arrivò la risposta nella casella di posta.

> Non puoi dire sul serio. Il consenso dei governati? A meno che

> non mi sfugga qualcosa, la maggior parte delle persone che ti

> proponi di governare è impegnata a vomitare le proprie budella

> o a camminare per le strade in stato confusionario.

> Quando potranno votare LORO?

Felix dovette ammettere che aveva ragione. Queen Kong era perspicace. Non c’erano molte donne sistemiste, una vera tragedia. Non ci si poteva permettere che donne come Queen Kong rimanessero fuori dai giochi. Doveva inventare una soluzione per avere una sufficiente partecipazione femminile nel suo nuovo governo. Obbligare ogni regione a eleggere una donna per ogni uomo?

Si mise a dibattere piacevolmente con lei. Le elezioni le avrebbero tenute l’indomani; ci avrebbe pensato.— Primo Ministro del Cyberspazio? Perché allora non ti fai chiamare Gran Funtone dello Spazio Dati Globale? È più altisonante, più figo e ha esattemente la stessa utilità.Will dormiva nello spazio accanto al suo, su nel bar, con Van dall’altro lato. La stanza puzzava come un cesso: venticinque sistemisti che non si lavavano da almeno un giorno erano tutti ammassati nella stessa stanza. Per alcuni di loro si trattava sicuramente di molto, molto più di un giorno.— Sta’ zitto, Will — disse Van. — Tu volevi spegnere Internet.

— Ti devo correggere: io voglio spegnere Internet. Tempo presente.

Felix socchiuse un occhio. Era talmente stanco che alzare le palpebre era faticoso come sollevare dei pesi.

— Senti, Sario, se non sei d’accordo con il mio programma, presentane uno tuo. C’è un sacco di gente che crede che io stia sparando stronzate, e io li rispetto, visto che o sono candidati contro di me o supportano qualcuno che lo è. Sono queste le tue alternative. Quello che invece non sta nel menù è lamentarsi di tutto e limitarsi a contestare. Ora dormi, oppure vai a scrivere il tuo programma.

Alzatosi lentamente, Sario srotolò la giacca che usava come cuscino e la indossò.

— Andate a cagare, ragazzi. Me ne vado.

— Credevo che sarebbe rimasto qui per sempre — disse Felix rigirandosi. Rimase sveglio per molto tempo: pensava alle elezioni.

C’erano altri candidati. Alcuni di loro non erano nemmeno sistemisti. Un senatore americano rifugiato nella sua casa estiva nel Wyoming possedeva generatori di elettricità e un telefono satellitare. In qualche modo aveva trovato il newsgroup giusto e si era proposto. Hacker anarchici italiani bombardarono il newsgroup per tutta notte con sgrammaticati sproloqui circa la destituzione del — concetto di governo — nel mondo nuovo. Guardando il loro segmento di rete, Felix dedusse che erano probabilmente sepolti in un piccolo istituto di Progettazione Interattiva nei pressi di Torino. L’Italia era stata colpita molto duramente, ma quella cella di anarchici era riuscita a prendere residenza nel villaggio virtuale.

Un sorprendente numero di candidati aveva nel proprio programma lo spegnimento di Internet.

Felix aveva i suoi dubbi sul fatto che fosse possibile fare una cosa del genere, ma poteva capire l’impulso di portare a termine il lavoro e dire addio al mondo. Perché no?

Si addormentò mentre pensava alle eventuali azioni necessarie per spegnere Internet ed ebbe incubi nei quali era l’ultimo e solo difensore della rete.

Un suono ruvido e frusciante lo svegliò. Si rigirò e vide che Van si era messo a sedere, accovacciato, e intento a grattarsi vigorosamente le braccia magre. Erano ormai del colore della carne sotto sale e sembravano squamate. Illuminati dalla luce che entrava dalle finestre del bar, piccoli brandelli di pelle volteggiavano e danzavano in grandi nuvole.

— Cosa stai facendo? — Felix si mise a sedere. Osservare le unghie di Van che graffiavano la pelle gli fece venire prurito per simpatia. Erano passati tre giorni da quando si era lavato i capelli per l’ultima volta e ogni tanto gli sembrava di avere in testa piccoli insetti intenti a scavargli la pelle per deporci le uova. La notte precedente si era toccato dietro le orecchie per sistemarsi gli occhiali; le sue dita erano rimaste lucide di denso sebo. Se non faceva la doccia per un paio di giorni, dietro alle orecchie gli spuntavano punti neri, talvolta foruncoli giganti, che Kelly faceva scoppiare con un piacere perverso.

— Mi sto grattando — disse Van. Cominciò a lavorarsi la testa, immettendo nell’aria una nuvola di forfora che andava ad aggiungersi alle schifezze che aveva già rimosso dalle estremità. — Dio, mi prude dappertutto.

Felix prese il Maggiore McCheese dallo zainetto di Van e lo collegò a uno dei cavi ethernet che serpeggiavano lungo tutto il pavimento. Cercò in Google qualcosa che potesse essere collegata a questo. — Prurito — diede come risultato 40.600.000 link. Provò a effettuare ricerche composte e ottenne risultati più precisi.

— Credo che sia un eczema da stress — disse infine Felix.

— No, non ho mai avuto eczemi — disse Van.

Felix gli mostrò disgustose foto di pelli arrossate, irritate e bianco-squamate. — Eczema causato da stress — disse, leggendo la didascalia.

Van si esaminò le braccia. — Ho un eczema — disse.

— Qui dice di tenerlo idratato e di provare ad applicare della crema al cortisone. Dovresti cercare nel kit di pronto soccorso nei bagni del secondo piano. Credo di averne visto un tubetto. — Come tutti gli altri sistemisti, Felix aveva rovistato negli uffici, nei bagni, nelle cucine e nei magazzini, imboscandosi nello zaino un rotolo di carta igienica e tre o quattro barrette energetiche. Vigeva il tacito accordo di spartirsi il cibo della caffetteria, ma ogni sistemista scrutava gli altri alla ricerca di segni di ingordigie o razzie. Tutti erano convinti che la gente prendesse le cose di nascosto, e questo perché quando nessuno li guardava erano loro stessi a farlo.

Van si alzò e quando il suo volto fu illuminato Felix notò quanto gli occhi fossero gonfi. — Chiederò nella mailing-list se qualcuno ha qualche antistaminico — disse.

Dopo poche ore dalla fine della prima riunione erano state create quattro mailing-list e tre wiki per i sopravvissuti del palazzo, ma nei giorni successivi si erano accordati per usarne una sola. Felix era ancora iscritto a una piccola lista con cinque dei suoi più fidati amici, due dei quali erano intrappolati in data-center all’estero. Sospettava che anche altri conoscessero persone in situazioni analoghe.

Van si allontanò. — In bocca al lupo per le elezioni — disse, dandogli un buffetto sulla spalla.

Felix si mise in piedi e cominciò a camminare, fermandosi solo per guardare fuori dalle finestre sudicie. Toronto bruciava ancora, forse più di prima. Aveva cercato mailing-list o blog frequentati da abitanti della città, ma gli unici che aveva trovato erano quelli tenuti da altri nerd chiusi in altri data-center. Era possibile, anzi, probabile, che i sopravvissuti avessero urgenze più grandi rispetto a quella di scrivere in Internet. Il telefono di casa sua per metà del tempo funzionava ancora, ma dopo il secondo giorno aveva smesso di chiamarlo; dopo aver sentito la voce di Kelly nella segreteria per la quindicesima volta era scoppiato a piangere nel mezzo di una riunione. Non era il solo a cui era successo.

Giorno di elezioni. Il momento della verità.

> Sei nervoso?

> No,

digitò Felix.> Non mi interessa molto vincere, se devo essere sincero. Sono solo contento che questa cosa venga fatta. L’alternativa era restare seduti e rigirarsi i pollici, in attesa che arrivasse qualcuno a sfondare la nostra porta d’ingresso.

Il cursore lampeggiava. Queen Kong rispondeva con lentezza, essendo impegnata a tenere a bada la sua banda di Googloidi a spasso per il Googleplex, e facendo il possibile per tenere in piedi il suo data-center. Tre dei centri oltreoceano erano andati offline e due delle loro sei linee dati ridondanti erano bruciate. Fortunatamente per lei, il numero di ricerche al secondo si era molto abbassato.

> La Cina c’è ancora

gli scrisse. Queen Kong aveva una grande lavagna con una mappa del mondo colorata a seconda delle ricerche che venivano fatte su Google ogni secondo, e riusciva a farci meraviglie, mostrando con grafici colorati l’evolversi del collasso. Aveva messo a disposizione un sacco di filmati che mostravano come le bombe e il morbo avevano colpito il globo: era evidente l’incremento iniziale di ricerche da parte delle persone che volevano capire cosa stesse succedendo, seguito dal macabro e improvviso decremento dopo che il morbo aveva cominciato a diffondersi.

> La Cina è circa al novanta per cento dei suoi livelli abituali

Felix scosse il capo.

> Non puoi credere che siano loro i responsabili

> No

gli rispose. Cominciò a scrivere ancora qualcosa e si interruppe.

> No, certo che no. Credo nell’Ipotesi Popovich. Gruppi di stronzi che si usano l’un altro come copertura. Ma la Cina è riuscita a sopprimerli con molta più decisione e velocità di chiunque altro. Forse abbiamo finalmente scoperto a cosa servono i regimi totalitari.

Felix non riuscì a resistere. Scrisse:

> Sei fortunata che il tuo capo non possa leggere quello che hai scritto. Voialtri eravate sostenitori piuttosto entusiasti del progetto del Great Firewall of China.

> Non è mai stata una mia idea

> E il mio capo è morto. Probabilmente sono morti tutti. Tutta la Bay Area è stata colpita duramente, e oltre a questo c’è stato il terremoto.

Avevano guardato il report automatico dell’USGS dopo la scossa di 6.9 gradi Richter che aveva sfasciato la California settentrionale da Gilroy fino a Sebastapol. Le webcam a Soma rivelavano la portata dei danni — esplosioni dovute al gas, edifici non completamente antisismici crollati come fossero modellini presi a calci. Il Googleplex, sospeso su una serie di molle d’acciaio giganti, era oscillato come un piatto di gelatina; i rack erano rimasti al loro posto e la ferita più grave era stato l’occhio nero di un sistemista che si era beccato una pinzatrice volante sulla faccia.

> Scusa, mi ero scordato

> Non fa niente. Tutti abbiamo perso qualcuno, giusto?

> Sì, sì. Comunque, non sono preoccupato per le elezioni. Può vincere chiunque, basta che facciamo QUALCOSA.

> Non se vince uno dei cazzoni.

Cazzoni era l’epiteto che alcuni sistemisti avevano adottato per riferirsi al gruppo che voleva spegnere Internet. L’aveva coniato Queen Kong. Inizialmente, a quanto pareva, lo utilizzava come nome comune per identificare tutti i manager IT incapaci che si era divorata nel corso della sua carriera.

> Non vinceranno. Sono solo tristi e stanchi. Con il vostro appoggio porteremo a casa il risultato

I Googloidi erano uno dei gruppi più grossi e potenti rimasti, assieme ai ragazzi dei collegamenti satellitari e a quelli dei collegamenti transoceanici. L’appoggio di Queen Kong era stato una sorpresa, e quando le aveva scritto lei aveva risposto succintamente: ‘non possiamo far governare i cazzoni’.

> gtg

gli scrisse, prima che le cadesse la connessione. Got to go, devo andare. Felix aprì un browser e provò ad andare su google.com. Ricevette un errore di time out. Premette il pulsante Aggiorna, successe di nuovo. Lo premette ancora, e la home page di Google tornò online. Qualsiasi cosa fosse capitata dalle parti di Queen Kong — blackout, worm, un altro terremoto — lei vi aveva posto rimedio. Sbuffò quando vide che avevano sostituito le O nel logo di Google con immagini di piccoli pianeti Terra, dai quali spuntavano funghi atomici.

— Hai qualcosa da mangiare? — chiese Van. Era tardo pomeriggio, sebbene il tempo sembrasse passare mai nel data center. Felix si controllò le tasche. Avevano nominato un quartiermastro, ma non prima che ognuno avesse avuto il tempo di imboscarsi della roba dalle macchinette. Felix si era preso una dozzina di barrette energetiche e qualche mela. Anche un paio di sandwich, ma saggiamente li aveva mangiati prima che diventassero stantii.

— È rimasta una barretta. — Quella mattina aveva notato che i pantaloni non gli stringevano più in vita, e se ne era compiaciuto per un po’. Poi però gli tornò in mente Kelly, che lo prendeva in giro per il suo peso, e si mise a piangere un poco. Mangiò due barrette, così gliene rimase una sola.

— Ah — rispose Van. La sua faccia era più scavata del solito, le spalle sempre più cascanti sul petto scarno.

— Ecco qua — gli disse Felix. — Vota Felix.

Van prese la barretta e la appoggiò sul tavolo. — Sai, vorrei tanto ridartela dicendo ‘No grazie, non potrei mai,’ ma ho veramente fame, quindi me la prenderò e me la mangerò, va bene?

— Non c’è problema. Buon appetito.

— Come vanno le elezioni? — chiese Van dopo che ebbe finito di leccare la carta della barretta.

— Non so, è un po’ che non controllo. — L’ultima volta che aveva guardato, aveva un piccolo margine di vantaggio. Non avere il proprio portatile era veramente scomodo in quelle situazioni. Su nelle sale server c’era un’altra dozzina di poveri disgraziati che, come lui, avevano lasciato la casa senza pensare di portarsi dietro qualcosa di Wi-Fi.— Stai per essere trombato — disse Sario, scivolando al loro fianco. Era divenuto una celebrità nel data center perché non dormiva mai, perché origliava e perché attaccava briga in continuazione con la stessa sconsiderata veemenza che solitamente si incontra solo nelle flamewar sui newsgroup. — Il vincitore sarà qualcuno che ha ben chiari un paio di fatti fondamentali. — Alzò il pugno e scandì il suo elenco alzando un dito per volta. — Punto primo: i terroristi stanno utilizzando Internet per distruggere il mondo, ed è necessario che noi distruggiamo la rete prima che finiscano quello che hanno cominciato. Secondo: anche se ho torto, chi vogliamo prendere in giro? Molto presto i generatori esauriranno le scorte di combustibile. Terzo: se questo non succede vorrà dire che sarà tornato in piedi il vecchio mondo, al quale non fregherà nulla del nostro “nuovo mondo”. Infine: esauriremo il cibo prima di esaurire le cazzate sulle quali discutere o le ragioni per non uscire di qui. Abbiamo la possibilità di fare qualcosa per aiutare il mondo a riprendersi: possiamo spegnere la rete e togliere dalle mani dei cattivi uno dei loro strumenti. Oppure possiamo sistemare qualche altra sdraio sul ponte del tuo Titanic personale, al servizio di quel bel sogno che è il ‘cyberspazio indipendente’.Il problema era che Sario aveva ragione. Avrebbero finito il combustibile in due giorni — l’intermittenza della corrente fornita dalla rete elettrica aveva ridotto l’autonomia dei generatori. E se si accettava l’ipotesi che Internet sarebbe stata utilizzata principalmente come strumento per ulteriori distruzioni, spegnerla sarebbe stata la cosa più giusta da fare.Ma la moglie e il figlio di Felix erano morti, e lui non aveva intenzione di ricostruire il vecchio mondo. Ne voleva uno nuovo. Nel vecchio non c’era posto per lui. Non più.

Van si grattò la pelle squamata e arrossata. Nuvolette di cute vorticarono nell’aria pesante e stantia. Sario gli fece una smorfia. — È disgustoso. Lo sai che quella che respiriamo è aria riciclata? Qualsiasi cosa sia la lebbra che ti sta divorando, farne un aerosol e immetterla nella riserva d’aria mi sembra piuttosto antisociale.

— Tu sei la massima autorità mondiale di antisocialità, Sario — rispose Van. — Vattene o ti coltellinerò a morte. — Smise di grattarsi e accarezzò come un pistolero la pinza multiuso che teneva nella fondina.

— Già, sono antisociale. Ho la sindrome di Asperger e sono quattro giorni che non prendo medicine. La tua cazzo di scusa invece qual è?

Van si grattò ancora. — Mi spiace, non lo sapevo.

Sario scoppiò a ridere. — Oh, sei impagabile. Scommetto che tre quarti di tutta questa gente è semi-autistica. Io sono solo uno stronzo. Ma sono anche uno che non ha paura di dire la verità, e questo mi rende migliore di te, imbecille.

— Cazzone — disse Felix. — Vaf­fanculo.

Quando Felix fu eletto Primo Ministro del Cyberspazio non rimaneva combustibile a sufficienza per una giornata. Il primo conteggio dei voti fu rovinato da un bot che spammò il processo di votazione facendo perdere un altro giorno per contare i voti una seconda volta.

A quel punto, però, tutto sembrava ormai uno scherzo. Metà dei data center erano rimasti senza corrente. La mappa di Queen Kong delle query fatte a Google diventava sempre più lugubre mano a mano che altre porzioni del mondo si scollegavano dalla rete, anche se aveva pubblicato una tabella che illustrava quali nuove query andavano acquistando popolarità — per la maggior parte avevano a che fare con salute, rifugi, soccorso e autodifesa.

Il carico generato dal worm diminuiva. Molti utenti domestici stavano rimanendo senza elettricità, questa volta definitivamente, e i loro PC infetti rimanevano spenti. Le backbone erano ancora tutti in funzione, ma i messaggi dalle diverse sale server sembravano sempre più disperati. Felix non mangiava da un giorno e lo stesso valeva per chiunque a portata di satellite o di collegamento transoceanico.

Cominciava a scarseggiare anche l’acqua.

Arrivarono Popovich e Rosembaum, e si rivolsero a lui prima che riuscisse a rispondere ai pochi messaggi di congratulazioni e a inviare ai newsgroup un discorso preparato in precedenza.

— Stiamo per aprire le porte — annunciò Popovich. Come tutti, anche lui aveva perso peso e aveva un aspetto unto e sporco. Il suo odore corporeo somigliava a una zaffata da sacchetti dell’immondizia di un mercato del pesce in una giornata molto calda. Felix era sicuro di non essere messo meglio.

— State andando in ricognizione? A prendere altro carburante? Possiamo mettere assieme un gruppo di lavoro per questo. Buona idea.

Rosembaum scosse triste il capo. — Stiamo andando a cercare le nostre famiglie. Qualsiasi cosa ci fosse là fuori ormai sarà esaurita. Oppure no. Comunque sia, qui non c’è futuro.

— E che ne sarà della manutenzione della rete? — chiese Felix, anche se conosceva già la risposta. — Chi terrà in funzione i router?

— Ti daremo tutte le password di root. — Le mani di Popovich tremavano, i suoi occhi fissavano il vuoto. Come molti altri fumatori del data center, nel corso della settimana era andato in crisi di astinenza. Da due giorni avevano terminato anche i prodotti a base di caffeina. Per i fumatori era molto dura.

— E quindi a tenere in piedi tutto starò qui io?

— Tu e chiunque altro al quale freghi ancora qualcosa.

Felix sapeva di aver sciupato la sua opportunità. Le elezioni erano sembrate una cosa nobile e coraggiosa, ma col senno di poi si erano rivelate solamente una scusa per accapigliarsi tra loro, quando invece avrebbero dovuto pensare al passo successivo.

— Non posso obbligarvi a restare — rispose.

— Già, non puoi. — Popovich si girò sui tacchi e uscì dalla stanza. Rosembaum lo guardò andar via, poi afferrò la spalla di Felix e la strinse.

— Grazie, Felix. È stato un bel sogno. Lo è ancora. Magari troveremo del cibo e del combustibile e torneremo.

Rosembaum aveva una sorella con la quale era rimasto in contatto tramite Instant Messenger nei primi giorni dopo lo scoppio della crisi. Poi lei aveva smesso di rispondere. I sistemisti erano divisi tra chi aveva avuto la possibilità di dire addio e chi non l’aveva potuto fare. Ognuna delle due parti era convinta che agli altri fosse andata meglio.Scrissero sul newsgroup interno. Dopo tutto erano sempre e comunque dei nerd, e ci fu un piccolo picchetto d’onore al pian terreno, costituito da altri nerd che li guardavano oltrepassare le doppie porte di sicurezza. Dopo che ebbero armeggiato con i tastierini numerici si sollevarono le serrande di acciaio, e si aprirono le prime porte. Entrati nel vestibolo chiusero le porte dietro di sé. Si aprirono le porte d’ingresso. All’esterno c’erano molto sole e molta luce, e tralasciando la desolazione, tutto appariva molto normale. Da spezzare il cuore.I due fecero un passo incerto verso il mondo. Un altro. Si girarono per salutare l’assemblea. A un tratto si portarono le mani alla gola, e cominciarono a sussultare e a contorcersi, cadendo infine a terra uno sull’altro.— Ommeeerd… — Fu tutto quello che uscì dalla bocca di Felix prima che i due cominciassero a rimettersi in piedi e a spolverarsi, tenendosi i fianchi dal gran ridere. Salutarono ancora una volta, prima di voltarsi.

— Ma quei due sono malati. — Van si grattò le braccia, dove c’erano graffi lunghi e profondi. I suoi vestiti erano talmente coperti dalla pelle secca da sembrare spolverati di zucchero a velo.

— A me è sembrato piuttosto divertente — disse Felix.

— Dio che fame che ho — Van rispose, tanto per dire qualcosa.

— Sei fortunato, da mangiare abbiamo tutte le scatole che vuoi.

— È troppo buono con noi merdine, Signor Presidente.

— Primo Ministro — corresse lui. — E tu non sei un pivello, ma il Vice Primo Ministro. Sei il taglianastri ufficiale, nonché colui che dovrà consegnare quegli assegni giganti di finanziamento.

Guardare Popovich e Rosembaum che se ne andavano risollevò il loro morale. Felix sapeva che tutti loro se ne sarebbero andati presto.

Era inevitabile, visto l’esaurirsi del carburante. Chi mai avrebbe voluto aspettare di rimanere completamente senza?

> Metà del mio staff se ne è andata stamattina

Scrisse Queen Kong. Google se la cavava comunque piuttosto bene, naturalmente. Il carico sui loro server era molto inferiore anche rispetto a quando tutto Google non era che un gruppo di PC assemblati sopra una scrivania di Stanford.

> noi siamo a un quarto

rispose Felix. Era passato solo un giorno da quando Popovich e Rosenbaum se ne erano andati, ma il traffico sui newsgroup era sceso quasi a zero. Lui e Van non avevano molto tempo per giocare alla Repubblica del Cyberspazio. Avevano avuto troppo da fare studiando i sistemi che Rosembaum e Popovich avevano consegnato loro, gli enormi router che avevano continuato a fungere da principale nodo di interscambio per tutti i backbone di rete canadesi.

Eppure, c’era qualcuno che ogni tanto postava sui newsgroup, in genere per salutare. Le vecchie litigate per chi dovesse essere Primo Ministro, se si sarebbe dovuto spegnere internet, o su chi arraffava troppo cibo erano tutte finite.

Aggiornò il newsgroup. C’era uno dei soliti messaggi.

> Oggetto: Processi impazziti su Solaris TK

> Ehm, ciao. Sono solo un MSCE junior, ma sono l’unico qui rimasto sveglio, e quattro dei DSLAM sono appena andati giù. Sembra che ci sia un programma di contabilità che sta cercando di capire quanto fatturare ai nostri clienti business, e ha creato un migliaio di thread che si stanno mangiando tutta la swap. Vorrei killarlo, ma sembra che non ci si riesca. C’è qualche comando magico che devo fare per far uccidere a questo Slowlaris queste schifezze? Tanto non credo che i nostri clienti ci pagheranno ancora. Lo chiederei all’autore del codice, ma per quanto ne sappiamo credo sia morto.

Aggiornò la lista dei messaggi. Una risposta. Era breve, autorevole e utile, esattamente il genere di cose che non si vedevano mai in newsgroup di così alto calibro quando un newbie postava una richiesta banale. L’apocalisse aveva risvegliato lo spirito di paziente collaborazione nella comunità mondiale dei sistemisti.

Van guardava da sopra la spalla. — Oh cazzo. E chi se lo sarebbe mai aspettato da lui?

Lesse nuovamente il messaggio. L’aveva scritto Sario.

Entrò nella finestra della chat.

> sario, credevo che volessi la rete morta, perché stai aiutando gli msce a sistemare i loro scatoli?

> (sorriso imbarazzato) Mii Signor PM, forse sarà perché non sopporto la vista di un computer che soffre nelle mani di un dilettante

Entrò nel canale dove stava Queen Kong.

> Quando?

> L’ultima volta che ho dormito? Due giorni fa. Quando si esaurirà il carburante? Fra tre giorni. Quando abbiamo finito il cibo? Due giorni fa.

> Dio. Nemmeno io ieri notte ho dormito. Siamo un po’ a corto di mano d’opera da queste parti.

> età/sesso/città? Io sono monica da pasadena e i compiti mi annoiano. vuoi scaricare una mia foto??

Negli utlimi giorni i bot scorrazzavano indisturbati per tutta la rete IRC, saltando in ogni canale che avesse del traffico. A volte se ne incontravano cinque o sei che flirtavano tra di loro. Era strano vedere un malware che tentava di ingannare un’altra copia di se stesso per fargli scaricare un virus.

Kickarono entrambi il bot fuori dal canale nello stesso istante. Felix si era infine scritto uno script per farlo. Lo spam non aveva dato nessun segno di voler diminuire.

> Com’è che lo spam non cala? La metà dei fottuti data center è andata offline

Queen Kong ci mise un po’ a rispondere. Come ormai gli era divenuto automatico quando la latenza di Queen Kong saliva, provò a ricaricare la homepage di Google. Come volevasi dimostrare, era giù.

> Sario, hai qualcosa da mangiare?

> Saltare un altro paio di pasti non le farà certo male, Sua Eccellenza

Van era tornato al suo Maggiore McCheese, ma stava leggendo anche lui lo stesso canale.

— Che stronzo. Mi sembri abbastanza in forma comunque.

Van al contrario non aveva un bell’aspetto. Sembrava che per buttarlo a terra bastasse un venticello, e la sua voce era debole, catarrosa.

> Ehi kong, tutto ok?

> tutto a posto, c’era solo da fare il culo a qualcuno

— Come va il traffico, Van?

— Giù del 25% rispetto a stamattina. — C’era un gruppo di nodi le cui connessioni passavano da loro. Probabilmente la maggior parte erano case o uffici in posti dove la corrente arrivava ancora e nei quali i dirigenti delle compagnie telefoniche erano ancora vivi.Ogni tanto Felix intercettava le connessioni per vedere se qualcuno avesse notizie del mondo esterno. Quasi sempre però si trattava di traffico automatico: backup di rete, aggiornamenti, spam. Un sacco di spam.

> Lo spam è ancora alto perché i sistemi che in genere lo bloccano stanno cadendo più velocemente dei sistemi che lo creano. Tutta la roba anti-worm è concentrata in un paio di posti. Lo spam invece è generato da un milione di computer zombie. Se solo gli utonti avessero avuto il buon senso di spegnere i PC prima di cascare a terra o lasciarci le penne…

> di questo passo per ora di cena non trasmetteremo altro che spam

Van si schiarì la voce. Un suono doloroso. — Credo succederà anche prima. Felix, non credo che nessuno noterà la differenza se ce ne andassimo di qua.

Felix lo guardò. La sua pelle era del colore della carne salata, solcata da lunghe e brutte croste.

— Stai bevendo a sufficienza?

Van annuì. — Bevo tutto il santo giorno, ogni dieci secondi. Farei qualsiasi cosa per tenermi pieno lo stomaco. — Indicò una bottiglia di Pepsi Max piena d’acqua al suo fianco.

— Convochiamo una riunione — fece Felix.

Erano in quarantatré nel D-Day. Ora erano quindici. Sei di loro avevano risposto alla convocazione per la riunione semplicemente andandosene. Senza bisogno che nessuno lo dicesse, ognuno sapeva di cosa si sarebbe parlato.

— Allora è così, lasceremo che vada tutto a puttane? — Sario era l’unico a cui era rimasta energia a sufficienza per arrabbiarsi. Sarebbe rimasto arrabbiato fin nella tomba. Le vene sulla gola e sulla fronte gli sporgevano gonfie di rabbia. Rabbiosamente scuoteva anche i pugni. Vedendolo, tutti gli altri nerd smisero immediatamente di fare quello che stavano facendo, alzarono lo sguardo sulla discussione, lasciarono perdere per un attimo la chat in corso o il tail di un log di sistema.

— Sario, mi stai pigliando per il culo? — chiese Felix. — Tu quella cazzo di spina la volevi staccare!

— Io volevo che si spegnesse tutto per bene — urlò. — Non ho mai voluto che la rete morisse dissanguata, stramazzando tra rantoli e conati interminabili. Volevo che fosse un atto deliberato della comunità intera, dei suoi custodi. Volevo che fosse un’affermazione fatta da mani umane. Non che l’entropia, il cattivo codice e i worm avessero la meglio. Che cazzo, invece è proprio quello che è successo.

Il bar dell’ultimo piano era circondato da finestre, rinforzate e oscurate e, per abitudine, tutte le tende erano abbassate. Sario corse per la stanza, sganciando le tende, tirandole furiosamente verso il basso. Dove diavolo trova l’energia per correre? si chiese Felix. Lui a stento era riuscito a salire le scale fino alla sala riunioni.

La luce spietata indondò la stanza. Fuori era una bella giornata di sole, ma da quella posizione privilegiata si potevano vedere colonne di fumo levarsi lungo tutta la skyline di Toronto.

Dalla torre TD, un gigantesco e futuristico blocco di vetro, si alzavano fiamme verso il cielo. — Sta andando tutto a pezzi.

— Ascoltate, ascoltate. Se lasciamo che la rete muoia lentamente, parti di essa staranno online per mesi. Forse anni. E cosa ci girerà sopra? Malware. Worms. Spam. Processi automatici. Trasferimenti di zone DNS. Le cose che usiamo si rompono e richiedono cure costanti. Le cose che abbandoniamo non vengono utilizzate e durano per sempre. Stiamo per lasciarci alle spalle la rete come un pozzo pieno di rifiuti tossici. E questa sarà la nostra cazzo di eredità, l’eredità di ogni tasto pigiato da me e da voi, ovunque sia stato pigiato. Capite? La stiamo facendo morire lentamente come un cane ferito, invece che darle un colpo netto alla testa.

Van si grattò le guance, ma Felix vide che si stava asciugando le lacrime.

— Sario, non hai torto, ma non hai neppure ragione. Va bene lasciarla zoppicare. Tutti zoppicheremo, per molto tempo, e forse potrà tornare utile a qualcuno. Anche se ci sarà un singolo pacchetto che verrà instradato da un utente a un altro, la rete starà facendo il suo lavoro.

— Se vuoi darle un colpo netto, puoi farlo — disse Felix. — Sono il Primo Ministro, e così ho deciso. Ti darò gli accessi di root. Li darò a tutti voi. — Si voltò verso la lavagna dove i camerieri un tempo scrivevano le specialità del giorno. Ora era coperta dai resti delle accalorate discussioni tecniche che i sistemisti avevano tenuto da quel giorno in poi.

Con la manica pulì una porzione della lavagna e cominciò a scrivere lunghe e complicate password alfanumeriche, con tanto di segni di interpunzione nel mezzo. Felix aveva un talento naturale per ricordarsi quel tipo di password. Dubitava che gli sarebbe tornato molto utile, d’ora in poi.

> Ce ne andiamo, kong. Il carburante è quasi finito comunque.

> già beh ok allora. è stato un onore, sig. primo ministro

> tu te la caverai?

> ho ordinato a un giovane sistemista di provvedere ai miei bisogni di donna e abbiamo trovato un’altra riserva di cibo che ci basterà per altre due settimane ora che siamo ridotti a quindici admin. Sto come un pascià, caro

> sei incredibile, Queen Kong, veramente. Non fare l’eroina, però. Quando dovrai andare, vai. Deve esserci qualcosa là fuori

> fai attenzione felix, veramente. A proposito, ti ho detto che stanno salendo le ricerche dalla Romania? Forse si stanno rimettendo in piedi

> davvero?

> già, davvero. sono difficili da ammazzare — altro che scarafaggi

La sua connesione morì. Ricaricò Google con Firefox, non rispondeva. Premette Aggiorna, poi ancora e ancora e ancora, ma non tornava. Chiuse gli occhi, sentì Van che si grattava le gambe e poi sentì che digitava qualcosa.

— Sono tornati su — lo avvisò.

A Felix sfuggì un lungo sospiro. Inviò ai newsgroup il messaggio del quale aveva scritto cinque bozze diverse prima di decidersi per un — “Prendetevi cura di questo posto, ok? Ci torneremo, un giorno.”

Se ne stavano andando tutti, tutti tranne Sario. Non voleva saperne. Scese però per vederli partire.

I sistemisti si radunarono nell’ingresso e Felix fece salire la porta di sicurezza, lasciando irrompere nella stanza la luce dall’esterno.

Sario gli porse la mano.

— Buona fortuna — disse.

— Anche a te. — Aveva una stretta ferma, Sario. Ben più di quanto fosse ragionevole aspettarsi. — Forse avevi ragione tu.

— Forse.

— Staccherai la spina?

Sario guardò al soffitto, come se stesse penetrando con lo sguardo le solette di cemento armato fino ad arrivare agli armadi ronzanti dei piani superiori. — Chi lo sa? — disse infine.Van si grattò e uno sbuffo di polvere bianca danzò nella luce del sole.— Andiamo a cercarti una farmacia — disse Felix. Camminò verso la porta, seguito dagli altri sistemisti.Dopo aver aspettato che alle loro spalle si chiudessero le porte interne, Felix aprì quelle esterne. L’aria aveva l’odore e il sapore dell’erba tagliata, delle prime gocce di pioggia, sapeva di laghi e di cielo, come l’aria aperta e il mondo, un vecchio amico che non sentivi da un’eternità.

— Ciao Felix — fecero gli altri sistemisti. Se ne andavano lentamente mentre lui rimaneva inchiodato sulla cima della corta scala di cemento. La luce gli feriva gli occhi, facendoglieli lacrimare.

— Credo che ci sia uno Shopper’s Drug Mart in King Street — disse a Van. — Tiriamo un mattone alla vetrina e recuperiamo un po’ di cortisone?

— Il Primo Ministro sei tu, ti seguo.

In quindici minuti di cammino non videro un’anima viva. Non si udiva alcun suono, tranne qualche uccello, qualche lamento lontano e il vento che sibilava nei cavi sospesi dell’alta tensione. Sembrava di camminare sulla superficie della luna.

— Scommetto che allo Shopper ci sono delle barrette di cioccolato — disse Van.

Lo stomaco di Felix brontolò. Cibo. — Accidenti — disse, con l’acquolina in bocca.

Felix oltrepassò un camioncino. Sul sedile anteriore sedeva il cadavere esiccato di una donna che teneva in braccio il cadavere esiccato di un bambino, e la bocca gli si riempì di acido amaro anche se i finestrini erano chiusi e l’odore non molto forte.

Erano giorni che non pensava a Kelly e a 2.0. Cadde sulle ginocchia e vomitò. Nel mondo nuovo, la sua famiglia era morta. Erano morti tutti quelli che conosceva. Avrebbe voluto sdraiarsi sul marciapiede e aspettare di morire anche lui.

Le mani devastate di Van lo afferrarono per le braccia, tentando debolmente di sorreggerlo. — Non ora. Quando saremo al sicuro da qualche parte e avremo mangiato qualcosa, allora potrai. Ma non ora. Hai capito Felix? Non ora, cazzo.

La parolaccia riuscì a scuoterlo. Si rialzò in piedi. Le ginocchia gli tremavano.

— Ancora un isolato — continuò Van, facendosi passare il braccio di Felix sulle spalle e obbligandolo a proseguire.

— Grazie, Van. Scusami.

— Non c’è problema. Senza offesa, ma hai bisogno di farti una doccia. Urgentemente.

— Nessuna offesa.

Gli Shopper avevano un cancello metallico di sicurezza, ma era stato divelto in corrispondenza delle vetrine frontali, e anche queste erano state fatte a pezzi. Felix e Van si infilarono nel passaggio ed entrarono nel negozio buio. Alcuni degli scaffali erano ribaltati, ma oltre a questo sembrava tutto a posto. Felix e Van videro gli espositori delle caramelle di fianco alle casse nello stesso istante, ed entrambi corsero e si riempirono prima le mani e poi la bocca.

— Mangiate come dei maiali.

Si voltarono entrambi al suono della voce femminile. La donna teneva in mano un’ascia da pompiere alta più o meno quanto lei. Indossava un camice e scarpe comode.

— Prendete quello che vi serve e andatevene, ok? Non vi conviene fare casini.

Il suo mento era aguzzo, gli occhi pungenti. Sembrava sulla quarantina. Non somigliava per niente a Kelly, il che era un bene, perché Felix aveva voglia di correrle incontro e abbracciarla già così. Un’altra persona viva!

— Sei una dottoressa? — Sotto il camice indossava indumenti da sala operatoria.

— Ve ne andate? — rispose lei agitando l’ascia.

Felix sollevò le mani. — Seriamente, sei una dottoressa? Una farmacista?

— Dieci anni fa facevo l’infermiera. Ora per lo più sono una web designer.

— Ma smettila.

— Non avete mai visto una donna che sa qualcosa di computer?

— A dire il vero, chi gestisce il data center di Google è una ragazza amica mia. Una donna, voglio dire.

— Mi pigli per il culo — rispose lei. — Il data center di Google era gestito da una donna?

— È gestito — puntualizzò Felix. — È ancora online.

— Stronzate — ribatté lei, abbassando un poco l’ascia.

— No invece. Hai della crema al cortisone? Posso raccontarti tutto. Mi chiamo Felix, lui si chiama Van e ha bisogno di tutti gli antistaminici che ti sono rimasti.

— Rimasti? Felix, mio caro, qui ci sono medicine a sufficienza per cento anni. Tutta questa roba scadrà molto prima di quando si riuscirà mai a finirla. Ma mi stai dicendo che internet funziona ancora?

— Funziona. Più o meno. È questo che ci ha impegnati per tutta la settimana. Tenerla online. Anche se non credo che durerà ancora molto.

— No, non credo nemmeno io. — Depose l’ascia. — Avete delle cose da scambiare? Non ho bisogno di molto, ma cerco di tenermi su di morale barattando con i vicini. È come giocare a Civilization.

— Hai dei vicini?

— Almeno dieci. Quelli del ristorante dall’altro lato della strada fanno una zuppa niente male, anche se la maggior parte degli ingredienti è cibo in scatola. Mi hanno fatto fuori tutto il gas per il fornellino, però.

— Stai dicendo che hai dei vicini e che commerci con loro?

— Beh, in teoria. Sarei piuttosto sola senza di loro. Mi sono occupata di tutte le piccole emergenze… Ossa fuori posto, un polso spezzato. Sentite, volete un po’ di pane in cassetta e del burro d’arachidi? Ne ho una tonnellata. Credo che al tuo amico farebbe bene mangiare un po’.

— Sì grazie — disse Van. — Non abbiamo niente da scambiare, ma siamo enrambi due drogati di lavoro desiderosi di imparare un mestiere. Non ti servirebbero degli assistenti?

— Non proprio. — La donna fece ruotare l’ascia a testa in giù. — Ma non mi dispiacerebbe un po’ di compagnia.

Mangiarono dei sandwich e poi un po’ di zuppa. Furono quelli del ristorante a portarla, dopo che si furono presentati, anche se Felix non poté evitare di notare come i loro nasi si arricciassero quando lui si avvicinava. Chiese se ci fossero servizi funzionanti sul retro. Van entrò per farci un bagno e lui fece lo stesso subito dopo.

— Nessuno di noi sa cosa fare — disse la donna. Si chiamava Rosa, e aveva trovato una bottiglia di vino e dei bicchieri usa e getta dal reparto casalinghi. — Credevo che sarebbero arrivati elicotteri e saccheggiatori, invece è tutto tranquillo.

— Sei rimasta tranquilla anche tu — disse Felix.

— Non volevo attrarre il genere sbagliato di attenzioni.

— Non pensi mai che là fuori potrebbero esserci un sacco di persone che stanno facendo lo stesso? Forse se ci riunissimo potremmo trovare qualcosa da fare.

— Oppure potrebbero tagliarci la gola.

Van annuì. — Non ha tutti i torti.Felix si era alzato in piedi. — Non è possibile, non possiamo pensarla in questo modo. Cara mia, siamo arrivati a un momento critico. Possiamo affondare nell’indifferenza, rimpicciolirci nei nostri nascondigli, oppure possiamo cercare di costruire qualcosa di migliore.— Migliore? — Lei fece una smorfia.— Ok, non migliore. Però qualcosa. Costruire qualcosa di nuovo è meglio che lasciar che scompaia tutto. Cosa ti resterà da fare quando avrai letto tutte le riviste e avrai mangiato tutte le patatine che ci sono qui dentro?

Rosa scosse la testa. — Bel discorso, ma che diavolo possiamo fare?

— Qualcosa — riprese Felix. — Dobbiamo fare qualcosa. Qualcosa è meglio di niente. Dobbiamo prendere questa fetta di mondo nella quale la gente ancora si parla e allargarla. Dobbiamo trovare tutti quelli che riusciamo e dobbiamo prenderci cura di loro, e loro si prenderanno cura di noi. Probabilmente manderemo tutto a puttane. Probabilmente falliremo. Ma preferisco fallire piuttosto che rinunciare.

Van si mise a ridere. — Felix, sei più pazzo di Sario, sai?

— Domattina, come prima cosa, andremo là e lo trascineremo fuori. Anche lui dovrà essere parte di tutto questo. Tutti ne saranno parte. Fanculo la fine del mondo. Il mondo non finisce. L’umanità non è il genere di cose che ha una fine.

Rosa scosse nuovamente la testa, ma questa volta con un piccolo sorriso. — E tu cosa sarai? L’Imperatore-Papa del nuovo mondo?

— Preferisce Primo Ministro — Van bisbigliò, come fosse un suggeritore di teatro. Gli antistaminici avevano fatto miracoli alla sua pelle, che era virata dalrosso acceso a un bel rosa. — Vuoi essere Ministro della Salute, Rosa?

— Ragazzi — rispose lei. — Vi piace scherzare. Sentite, che ne dite se vi aiutassi per quanto posso, a patto che non mi chiediate di chiamarvi Primo Ministro, e a patto che non mi chiamiate Ministro della Salute?

— Affare fatto.

Van riempì tutti i bicchieri, facendo scolare le ultime gocce dalla bottiglia capovolta.

Sollevarono i bicchieri. — Al mondo — Brindò Felix. — All’umanità. — Pensò intensamente prima di concludere. — Alla ricostruzione.

— A tutto — replicò Van.

— A tutto, a ogni cosa.

— A ogni cosa — disse Rosa.

Bevvero. Il giorno seguente, cominciarono la ricostruzione. Mesi più tardi, ricominciarono da capo, quando i disaccordi spaccarono il piccolo e fragile gruppo che avevano messo assieme. Un anno dopo, ricominciarono di nuovo. E ancora, cinque anni dopo.

Passarono quasi sei mesi prima che tornasse a casa. Van gli diede una mano, accompagnandolo sulle bicicilette che usavano per spostarsi in città. Più a nord si spingevano, più forte si faceva l’odore di legno bruciato. C’erano moltissime case ridotte in cenere. Qualche volta gli sciacalli bruciavano le case che ripulivano, ma più spesso era soltanto un fenomeno naturale, come gli incendi che scoppiano nelle foreste e sulle montagne. Oltrepassarono sei isolati bruciati e soffocanti prima di arrivare a casa.

Ma il vecchio condominio dove viveva Felix era ancora in piedi, un’oasi di palazzi stranamente intatti, tanto da sembrare come se dei padroni di casa un po’ distratti si fossero semplicemente allontanati un attimo a comprare della vernice fresca e un paio di lame nuove per il tagliaerbe per riportare le loro vecchie case alla loro solita apparenza ordinata e curata. Questo rendeva il tutto più doloroso, in un certo senso.

Scese di sella all’ingresso della quartiere e poi proseguirono a piedi, spingendo le biciclette in silenzio, ascoltando il sussurro del vento tra i rami degli alberi. L’inverno era in ritardo, quell’anno, ma stava arrivando e, mentre il sudore gli si asciugava al vento, Felix iniziò a rabbrividire.

Non aveva più le chiavi di casa. Erano al data center, a mesi e mondi interi di distanza.

Provò la maniglia della porta, ma non girava. Spinse la porta con una spalla e il legno si strappò via dal cardine umido e marcio con un rumore forte e scricchiolante. La casa stava marcendo dall’interno. La porta ricadde a terra con un tonfo, nell’acqua. La casa era completamente allagata di acqua stagnante, e nel soggiorno c’erano almeno dieci centimetri di acqua sporca e puzzolente. Si mosse con cautela, sentendo le tavole del pavimento cedere sotto i suoi passi come se fossero di spugna. Su per le scale, e il suo naso era ormai invaso da quella terribile puzza di umido. Entrò nella camera da letto e vide la mobilia, familiare come un vecchio amico d’infanzia. Kelly era a letto con 2.0. Dal modo in cui entrambi giacevano sul letto, era chiaro che non erano morti senza soffrire. Erano piegati in due, Kelly intorno a 2.0. La pelle era rigonfia ed erano quasi irriconoscibili. L’odore… Mio dio, quell’odore.

Felix ebbe un capogiro. Credette di stare per cadere e afferrò l’armadio. Una emozione a cui non sapeva dare il nome… rabbia, furia, pena?… gli rese il respiro affannoso, facendolo boccheggiare come se fosse sul punto di annegare.

E poi fu tutto finito. Il mondo era finto. Kelly e 2.0… tutto finito. E lui aveva un compito da svolgere. Ripiegò la coperta sui loro corpi e Van lo aiutò, con gesto solenne. Li portarono nel prato davanti alla casa e scavarono a turno, usando la pala che Kelly teneva in garage, per i lavori di giardinaggio. Ormai avevano una grande esperienza nello scavare fosse. Molta esperienza nel gestire i cadaveri. Scavavano, e cani stanchi li osservavano tra l’erba alta del prato delle case vicine, ma erano anche diventati bravi a scacciare i cani a sassate, affinando la mira. Quando la fossa fu pronta, appoggiarono la moglie di Felix e suo figlio sul fondo, nel luogo del loro eterno riposo. Felix cercò le parole giuste da dire, sulla loro tomba, ma non gliene venne nessuna. Aveva scavato talmente tante tombe, per tante mogli, tanti mariti e per tangi figli, che ormai non aveva più parole.

Felix scavò fossi, recuperò lattine, seppellì i morti. Seminò e raccolse. Aggiustò alcune automobili e imparò a ricavare biodiesel. Infine si rintanò in un data center di un piccolo governo. I piccoli governi andavano e venivano, ma quello era sufficientemente accorto da voler tenere un archivio, e aveva bisogno di qualcuno che facesse funzionare le cose. Van lo seguì.

Passarono molto tempo nelle chat, e a volte si imbattevano in vecchi amici di quando avevano istituito la Repubblica Distribuita del Cyberspazio, nerd che insistevano a chiamarlo Primo Ministro, sebbene nel mondo reale nessuno lo chiamasse così.Per la maggior parte del tempo non era una bella vita. Le ferite di Felix non si rimarginarono mai, neppure quelle della maggior parte delle altre persone. Ci furono malattie lente ed epidemie improvvise. Tragedia sulla tragedia.Ma a Felix il suo data center piaceva. Là, tra il ronzio degli armadi, non gli sembrava di vivere i primi giorni di vita di una nuova nazione, ma nemmeno gli sembrava di vivere gli ultimi.

> vai a letto, felix

> tra poco, kong, tra poco — ho quasi sistemato questo backup

> che drogato

> senti chi parla

Ricaricò l’homepage di Google. Queen Kong lo teneva online da un paio d’anni ormai. Le O di Google cambiavano in continuazione, ogni volta che le girava di farlo. Quel giorno erano due globi stile fumetto, uno sorridente, l’altro accigliato.

La guardò per un bel pezzo, poi tornò al terminale per controllare il backup. Andava tutto tranquillo, una volta tanto. I dati del piccolo governo erano al sicuro.

> ok, notte

> stammi bene

Quando Felix si affaccio dalla porta, Van lo salutò sgranchendosi la schiena in una fila di schiocchi.

— Buona notte, capo.

— Non startene ancora qui tutta notte — disse Felix. — Hai bisogno di riposare.

— Sei troppo buono con noi merdine — disse Van, rimettendosi a digitare.

Felix andò alla porta e camminò nella notte. Alle sue spalle, i generatori a biodiesel ronzavano ed emettevano fumi pungenti. La luna piena, che tanto amava, era alta nel cielo di settembre. L’indomani sarebbe tornato e avrebbe sistemato un altro computer, combattendo ancora una volta contro l’entropia. Perché no?

Era ciò che faceva.

Era un sistemista.

Titolo originale: When Sysadmins Ruled the Earth - Traduzione di Stefano Bonora (ha collaborato Elisabetta Vernier) - CC Rilasciato in licenza creative commons (attribution - non commercial - share alike)

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Solo lei

Solo lei ha quel che voglio

So di esser pronto ed è già da un pò che ci penso ma tutto quel che so è che so bene con lei ma non capisco cosa intende fare dove vorrà arrivare. Non mi ha mai visto prima ma ora al mondo ci siamo solo io e lei, la conosco da un minuto l'ho appena trovata e già l'ho perduta resta una sconosciuta, un mistero e chissà se è vero quel che i suoi occhi mi stanno dicendo di lei, io lo spero e sta volta è per davvero e tutto questo perchè se puoi io so... può lasciarsi andare e l'accompagnerò e domani ti giuro che me ne andrò può lasciarsi andare e l'accompagnerò e poi ti giuro che sparirò...
Solo lei ha quel che voglio e sono io ciò che sta cercando.
Questa notte potrei darle il mondo potrei darle tutto ciò che cerca ciò di cui ha bisogno quindi molla il tipo che è con te o mi perderai, potresti non rivedermi mai più non si sa mai, non sa cosa sta rischiando pensa che stia scherzando ma sono io ciò che sta cercando, no di sicuro l'uomo che è con lei perchè questa serata spero l'abbia solo accompagnata, mi servon due minuti ma ti assicuro che verrà e questa notte durerà un'eternità, e il mondo gira solo perchè ora c'è lei solo per il suo sguardo che mi fa prendere il volo, muoio, la conosco appena e già vivo per ogni suo respiro ti giuro non ti prendo in giro e mentre l'ammiro mi accorgo quanto sia stupenda e hai sbagliato se pensi che m'arrenda...
Solo lei ha quel che voglio e sono io ciò che sta cercando.
Il mio intuito mi ha spinto e solo ora capisco perchè come un druido ho il fluido che fa per lei non conta quanto sia durato ma che sia stato qualcosa per cui vale la pena d'aver vissuto e quindi lascio che la storia abbia il suo corso naturale ma ti prego fammi capire perchè sto male perchè so che domani io mi sveglierò e sarò ancor del suo profumo intriso dal suo sorriso ucciso ma io sarò con la mia donna e lei col suo uomo visto che ho scoperto che è l'unica lei è la sola....
Solo lei ha quel che voglio e sono io ciò che sta cercando.

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